Reggio Emilia, 12 settembre 2009. «LUCIANO LIGABUE è una marca. Dietro il suo essere ‘divo’ c’è un’attenta regia. É un processo di marketing. Come si fa per un brand aziendale».
Vanni Codeluppi, reggiano classe 1958, insegna sociologia applicata ai consumi all’Università di Modena e Reggio. Ma, fatto ancor più curioso, è uno dei più ‘antichi’ fan del Liga.
«Sono anche andato ai primi raduni del fan-club», ammette sorridendo. Nei giorni scorsi è uscito il suo ultimo libro («Ormai ho perso il conto, ma siamo nell’ordine della sessantina…»), «Vivere in vetrina. Tutti divi», edito da Laterza. Un intero capitolo, l’ultimo, è proprio dedicato al rocker correggese. E alla sua attenta ‘costruzione’.
Codeluppi, lei afferma che Ligabue è come una marca. Perché?
«La mia tesi è che ci sia una scrupolosa regia dietro ogni suo elemento caratteristico. Un divo, oramai, non può fare a meno di comportarsi come una marca aziendale. Si pensa che gli artisti non siano contaminati da politiche commerciali ma non è così. E lui ne è il paradigma più calzante».
Attraverso che modello commerciale l’ha analizzato?
«Le caratteristiche del ‘prodotto’ Ligabue corrispondono a un semplice modello del 1985 sviluppato da un pubblicitario francese: Jacques Séguéla. Erano le stesse tecniche messe a punto dall’industria cinematografica holliwoodiana per costruire e gestire l’immagine dei suoi attori».
Gli elementi necessari?
«Sono tre: fisico, carattere e stile. E Ligabue li ha interpretati al meglio. A partire dal puntare sulle caratteristiche del suo viso da indio. Che ha sapientemente enfatizzato dai capelli lunghi».
Una costruzione fatta ‘ad hoc’ anche quelli?
«È possibile. Come anche il suo modo di suonare la chitarra e il fatto di essere comparso a torso nudo sul palco del mega-concerto del 2005 al campovolo e sulla copertina di una rivista. Tutti elementi che cercano di fare di lui un sex symbol. Poi è anche un salutista, una novità per un cantante rock. Prima valeva il modello trasgressivo alla Vasco. Lui è nuovo anche in quello».
Sulla personalità?
«Già la natura lo ha aiutato. Faccia larga, perenne sorriso. Ha una personalità articolata e infonde un contagioso ottimismo. Ma bisogna seguire un’identità univoca per non spiazzare i fan. È necessario creare un mondo e uno stile che li accomuni. E usare molti strumenti di comunicazione per reclamizzarsi».
Ed ecco il famoso ‘stile’ Liga.
«Quello che più lo caratterizza. Ha ben giocato col suo aspetto fisico a cui ha associato un abbigliamento etnico-americano. È qui che è entrato ancora più in gioco la regia, l’attento utilizzo di tutti i dettagli e accessori. Ligabue è barocco, vistoso, al limite del trash, quasi sconfina nel ‘tamarro di periferia’».
È un artista poliedrico: album, libri, poesie, film. Anche questo è studiato?
«È sicuramente un modo per fidelizzare ancora di più i fan. Lui è sempre molto riservato, attento nel comunicare la sua immagine. Su Facebook però il suo gruppo ha raggiunto quota 500mila ammiratori. Penso che sia un record mondiale. Pochi giorni fa la festa a Correggio per ‘celebrarlo’, in questi giorni è a Venezia come membro in giuria del festival del cinema. Un po’ lontano dall’immagine di anti-divo».
Di qualche settimana fa la polemica del leader dei Nomadi. «Lascio — diceva — perché siete un’industria». Aveva ragione dunque?
«Sì, anche il loro è un caso simile. Erano nati dai valori di libertà degli anni Sessanta e ora hanno ceduto al fascino del business e dell’industria. Ma è inevitabile, al giorno d’oggi non si può prescindere dal mercato».
Ha mai conosciuto l’oggetto dei suoi studi?
«Sì, ho incontrato Ligabue prima che il libro venisse pubblicato e gli ho spiegato la mia tesi. Sia lui sia Maioli (il suo manager), non ne erano molto contenti… ».
Quindi avendo un buon materiale di base, mettendosi a tavolino e applicando alla lettera il modello, si può costruire un divo? Un altro Liga?
«Direi di sì. È poi il concetto che stanno applicando tutti i reality show basati sul talento musicale, che però non è sufficiente. Ci vuole anche una bella faccia, il fisico, lo stile e la personalità. Ma tutto può essere marca, un politico, uno sportivo. Luciano Ligabue lo è».
di BENEDETTA SALSI