
Fra la via Emilia e il rock. Da quelle parti c’è una chitarra acustica che ha la cassa armonica a Correggio e a Roncocesi nel reggiano e le corde che salgono su a Zocca nell’appennino modenese. Paesi dove sono nati, nell’ordine, Ligabue, Zucchero, Vasco. «L’Emilia è una terra fatta di gente passionale che ha un forte bisogno di comunicare. Qui c’è sempre stata la possibilità di poterti esibire vuoi nella piazza del tuo paese, vuoi nei tanti locali. Insomma avevi l’opportunità di avere un pubblico e di metterti alla prova». Chi parla è il più giovane dei tre, il Liga di Correggio, ma ormai con 20 anni di carriera sulla chitarra «la prima» ricorda Ligabue «me la regalò mio padre dopo avermi sempre detto che i musicisti sono dei morti di fame, avevo 15 anni». «Mio padre» continua «era un tipo tosto, era un’anima irrequieta, ha cambiato decine di lavori, si stancava presto. Ha gestito anche una balera, conosceva l’ambiente e i musicisti, sapeva che era dura, non ho mai capito perché mi fece quel regalo, ma sapeva che mi piaceva la musica, ne ascoltavo tanta».
Venti anni di carriera che Ligabue ha raccolto in due album, due «best of», il meglio di una produzione musicale ricca di 18 album e altre canzoni. Da amante del calcio il Liga li ha chiamati «Primo Tempo» e «Secondo tempo». Il primo l’ha «giocato» nel novembre dello scorso anno, col secondo è sceso in campo alla fine di maggio dopo aver scaldato il pubblico con il singolo «Il centro del mondo», primo dei tre inediti contenuti nel cd, arricchito da un dvd con 21 videoclip. Una seconda rilettura della storia del suo rock che va dal 1997 al 2005 (dagli album «Su e giù dal palco» a «Nome e cognome») con tre nuovi capitoli: il già citato «Il centro del mondo», «Il mio pensiero» e «Ho ancora la forza», scritto nel 2000 con Francesco Guccini e inciso quell’anno dal cantautore modenese. Rilettura, perché i brani del passato sono stati riportati a nuova vita musicale in uno studio di masterizzazione di New York e da una band in parte rinnovata (al basso e alla batteria gli americani Kave Rastegar e Michael Urbano) con cui Ligabue ha suonato dal 7 al 28 aprile scorso in Europa: Amsterdam, Madrid, Barcellona, Parigi, Zurigo, Amburgo, Monaco, Berlino e Londra. E con la quale tornerà sul palco il 4 luglio prossimo a Milano a San Siro, prima data del suo tour italiano.
E il palco per Ligabue «è la cosa più bella di questo “mestiere”, non c’è gara: è quello il mio centro del mondo. Io ho bisogno di suonare, ho bisogno di fare più concerti che posso perché mi fa stare bene. E ho anche la scusa che se non suono le persone che stanno con me non lavorano e quindi ho sempre l’alibi per fare sempre più quello che faccio».
Due, di quelle persone, però non suonano più con lei, è stata una scelta difficile?
«Dolorosa. Ho sofferto nel comunicare a due persone così in gamba come Rigo (Righetti, il bassista ndr) e Robby (Pellati, il batterista ndr) che in questo tour non ci sarebbero stati. Le persone che lavorano con me devono avere anche precise caratteristiche umane, dobbiamo stare bene insieme e loro sono con me da ben 14 anni. Mi dispiace è una scelta alla quale sono stato chiamato: Corrado (Rustici) il mio produttore ha voluto una nuova sezione ritmica. Rigo e Robby hanno capito, sono stati molto comprensivi».
A proposito di dolore, qual è l’ultima volta che ha pianto?
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